Qualche mese dopo la nascita mio figlio Lorenzo patì di una gastroenterite.

Nato piccolo e magro, lo divenne ancora di più ai miei occhi. Un latte speciale e costoso, le visite in ospedale.

Quelle stanze luminose piene di allegri disegni colorati che servono a non farti sprofondare negli abissi della paura. Per non farti pensare che potrebbe andare male.

Mi sentivo così incapace, e fragilissimo di fronte alla sua minuscola fragilità. In quel periodo ascoltavo un brano di pianoforte dolce e intenso, e mi commuovevo per la mia debolezza e per l’intensità della mia speranza.

Adesso Lorenzo ha quasi 11 anni. Alto, forte, un futuro di quasi due metri.

Riascolto quel brano, e sento che il mio sentimento è più grande adesso.

Sono passati più di dieci anni, e la paura di perderlo è ancora più forte.

La mia incapacità di lasciarlo libero è così forte, e il suo compimento come essere umano passerà per forza da questo ostacolo.

Un passo alla volta dovrò lasciarlo andare, vederlo partire con l’insicurezza che non possa farcela.

Che sia triste.

Che non sia felice.

Che qualcuno lo faccia soffrire.

Ma non posso trattenerlo per sempre.

Questo distacco sarà la prova d’amore più grande. Un sentimento così immenso che è il motore per tutti i sacrifici che sono chiesti a noi genitori.

Gesti che fatti per un altro rendono sacra la fatica. Cioè eterna, bella, incorruttibile.

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