N.B. Questo non è un articolo, bensì un contenitore.

Ho bisogno di scaricare quel sito recondito che si trova al mio interno, per alleggerirlo. Allo stesso modo con cui si decide di portare le foto che si trovano su una scheda di memoria in un hard disk, per evitare che il povero supporto non riesca più a funzionare.

A poco meno di due anni dalla scoperta del tumore di mia madre, sta per finire tutto.

Scrivo dal corridoio giallo dell’hospice; sopra la mia testa un coloratissimo festone di carnevale.

Stampe in bianco e nero sui muri, solo il rumore dell’aria forzata e qualche brusio in sottofondo.

Tutto sembra così normale, così quotidiano.

Era venerdì quando ho portato mia mamma sulla sedia a rotelle a fare un giro fuori dalla struttura. C’era il sole, abbiamo parlato, abbiamo goduto del primo sole di primavera. Lei era presente e lucida.

Oggi è lunedi ed è sedata, semicosciente. Non ci sono molte possibilità che arrivi a fine settimana.

Vederla mi provoca dolore. Da sempre mia madre è stata combattiva, tenace, orgogliosa.

Adesso è inerme, pronta alla partenza, umilmente disposta alla fine.

Il passaggio dall’essere al non essere più, la fuoriuscita del motore che manda avanti il corpo, lo trovo sempre più misterioso. E, istintivamente, vorrei poter fermare questo decadimento così veloce.

Ma non posso.

E capisco sempre di più il valore del tempo: non possiamo trattenerlo, non possiamo fermarlo. Non possiamo accelerarlo. Non è roba nostra.

Noi possiamo solo esserne coscienti, e sapere che per quanto lunga possa essere una vita, essa è finita. E non sappiamo neanche quando. Ma viviamo tutti i giorni senza questa coscienza, la esorcizziamo in tutti i modi, vogliamo dimenticarcene.

E’ un peccato: perchè non diamo la giusta importanza alle cose di quaggiù.

Nella sua stanza qui all’hospice vedo le piante, gli oggetti di conforto. Vedo quello che è servito per rendere il suo tempo qui più bello.

Ognuna di queste cose tra poco tempo sarà presente, mentre mia mamma non lo sarà più. Questa bottiglietta di plastica, il pacchetto di grissino. Persino la frutta nel cestino sarà ancora qui mentre lei non ci sarà più.

Mi chiedo, mentre la guardo nel sonno della morfina, che senso abbia tutto quello che è stato.

Tutto il mio essere grida che non è possibile che sia tutto qui.

Che tutto quello che è stato fatto, tutta la parte della sua esistenza che ha dedicato a noi due fratelli, tutte le cose che non ha scelto per se per darle agli altri… tutto questo non può finire in questo modo.

Da quando l’uomo sa di essere, sente questa domanda bruciare, impressa a fuoco fin dalla nascita.

Come il bisogno di mangiare, di bere, di amare… questo bisogno di senso accomuna ogni essere vivente sul pianeta.

Perchè per gli altri bisogni c’è una risposta (il cibo, l’acqua, il contenuto intero del creato) e non ci deve essere una risposta anche per il bisogno di senso?

Mi si dice… per paura. E’ la paura quello che genera il tutto. Ma la paura è il timore di non avere più qualcosa di bello. E’ il timore dell’assenza, di qualcosa che già c’è.

Il buio è la mancanza di luce, il freddo la mancanza del caldo, la fame la mancanza del cibo.

IL male è la mancanza del bene, la paura è la mancanza di quello che c’è.

La sera di lunedì passano gli ultimi amici a salutare.

Si risveglia dal torpore, saluta brevemente, e si riassopisce.

In un momento di lucidità, chiede di uscire a fumare. Raccogliamo le sue povere membra e la poggiamo sulla sedia a rotelle, la vestiamo e la portiamo fuori.

Il vento è ancora forte, ha fatto dei danni in tutta la Brianza. Il cortile interno dell’hospice è abbastanza riparato ma l’aria arriva anche qua.

Nonostante sia inebetita, socchiude gli occhi e dice “che bel vento fresco”. Rimprovera mio figlio di non stare appoggiato sulla ringhiera, che bisogna ricordarglielo tutte le sere, e questo mi fa capire che la sua memoria c’è ancora tutta, che lei è ancora tutta qua.

La riaccompagniamo in stanza, beve un goccio d’acqua e guarda un quiz televisivo.

Ma la stanchezza riprende il sopravvento; chiamo i bambini e salutano la nonna.

Io e mio fratello poco dopo usciamo a cena. Rientriamo e lei dorme profondamente.

Io rientrerò a casa a dormire, passando la notte svegliandomi ogni ora per vedere se sia successo.

Alle 6 mi alzo e poco dopo un messaggio di mio fratello mi rassicura di una notte tranquilla e distesa.

Non so cosa sperare. Non so come e quando peggiorerà, finirà.

Arrivo in stanza e mio fratello esce per prendere due cose a casa sua.

Tengo la mia mano appoggiata sulla sua mentre lei respira con la bocca, il capo inclinato all’indietro.

Mi siedo di fianco a lei, recito il rosario e le lodi mattutine, pregando per la sua anima.

Dopo un’ora comincia a respirare emettendo un sottile rantolo. Nel rantolo, incosciente passa la sua voce, il suo timbro di voce. Quella voce che dalla nascita sono abituato a sentire.

Il petto si alza e si abbassa sempre più velocemente. Il respiro è affannoso, faticoso.

Dopo un poco ancora dalla narice destra comincia ad uscire una schiumetta fine e biancastra.

Con un fazzoletto mio fratello gliela pulisce, ma essa continua ad uscire. Mi fa senso, mi da il senso della malattia e della corruzione.

Guardo fuori dalla finestra, il cielo azzurrissimo pulito dal vento freddo, le nuvole bianche ed altissime.

Mio fratello esce un attimo dalla stanza e decido di pulire io il naso di mamma.

Cerco un guanto di vinile ma sono finiti. Non importa, è la mia mamma.

Mi siedo accanto a lei e le pulisco la narice. Adesso esce un po meno.

Il respiro rallenta e diventa faticoso. Penso che manchi poco.

Mio fratello mi guarda e mi dice “mi sa che ci siamo”.

Lui le tiene la mano destra, io tengo la sua sinistra.

Il petto si alza e si abbassa. Rimane giu tanti secondi, poi si rialza.

Cosi un po di volte. Poi non si alza più. E’ il collo adesso che si gonfia, come alla ricerca di aria, di vita.

Poi la bocca che si muove, nel ricordo del respiro, nello sforzo di prendere ancora ossigeno.

Passa qualche secondo… e ancora quel sussulto. E poi basta.

Il petto rimane giù, il collo non si muove più. La bocca rimane ferma.

E’ finita. E’ durata poco anche se a me sembra durata fin troppo.

Rimane li, con la bocca aperta, due lacrime appena accennate agli angoli della palpebre.

Le faccio un piccolo segno di croce sulla fronte, la bacio, le sussurro “ti amo”.

Sono le 9.55, mi alzo dal letto piangendo, cercando mio fratello.

Lo abbraccio piangendo, dicendogli che mi sento in colpa. Mi sento in colpa perchè sono contento che sia finita, per lei che non deve soffrire più, per me che non devo soffrire più.

Lui mi dice che non devo pensarlo, perchè non è così.

Continuo a stare vicino a lei, a carezzarla, adesso lei e in pace io comincio a sentirmi un po’ meglio, come se avessi la certezza che tutto stia andando come doveva andare, per il meglio.

Arrivano insieme Umberto, il suo ex compagno e nello stesso momento arriva anche mia moglie.

Mi abbraccia, mi bacia, la sento dentro di me, calda e vicina.

Umberto si dispera, si inginocchia, si torce le mani.

L’orgoglio, le cose non dette, l’ostinazione li hanno separati.

Conosco lui, conosco mia mamma. Anche io sono così, ma di fronte alla spinosità di mia mamma ho dovuto mettere via il mio orgoglio per poter stare vicino a lei.

E non sono rimasti rimpianti e rimorsi a dividerci.

Io e mia mamma, e io e mio fratello, noi, la nostra famiglia, uniti e insieme.