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Un pomeriggio, dopo la sigaretta presa fuori nel cortile dell’hospice.

Io e mio fratello la rimettiamo sul letto, è affaticata.

Stanca, forse stufa.

Si rivolge a mio fratello, e gli chiede: “Michele, secondo te quanto mi rimane da vivere?”

Sento qualcosa che cade dall’alto e finisce sul fondo, fracassandosi.

Che invece di fare un grande rumore produce un silenzio che assorbe tutto, che implode trascinando con se un grande pezzo di anima.

Per la prima volta nella mia vita vedo mia mamma che ha paura.

Anzi, non è paura. E’ la fine della volontà di combattere, è la perdita della speranza.

E’ la consapevolezza che ormai non c’è qualcosa che possa raddrizzare la pendenza di questo scivolo, e che alla fine di quest’ultimo c’è qualcosa di nero e sconosciuto.

Incrocio lo sguardo di mia moglie e lei mi capisce.

Mio fratello reagisce con amore e le dice: “Mamma, ma che discorsi sono? Non ti preoccupare e cerca di stare bene adesso”.

Lo sento sicuro, consolante.

Quanta vita ho sprecato nell’orgoglio, nel non cercare tutto il bene possibile con la mia famiglia.

Quanta ricchezza c’è nella mia famiglia a cui non ho attinto solo perchè pieno di me.

Adesso che una fastidiosa e calda lacrima scende sulla mia faccia penso che la vita è troppo bella e breve per perdere tempo con l’orgoglio.

Mi ci è voluto un maglio nello stomaco per capirlo, qualcosa di più forte della mia testa dura.

Ripartiamo.

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