La margherita sta appassendo.

Non so perché; nella camera dell’hospice sembrava rigogliosa ma adesso sembra non farcela.

La cosa mi rattrista, perché sarebbe stato bello vedere una cosa viva che continuasse a prosperare e tenesse accesa la fiamma che si era spenta in quel letto.

Ogni volta che trovo qualcosa che era legato a mia madre provo l’istinto di trattenerlo, affinché il ricordo che quell’oggetto suscita non vada perso.

Ma non è una cosa serena. Il caro ricordo amplifica ancora di più la perdita. Esso è qualcosa legato al passato, indietro nella linea del tempo e quindi intoccabile.

Mia madre non è un ricordo.

Non è una cosa nata e morta nel passato, ma c’è, ora, anche se in un modo misterioso.

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E se non terrò quell’oggetto, se la margherita morirà, io non sarò colpevole. Avrò imparato a non diventare posseduto dalle cose, perché io non appartengo ad esse.

Appartengo a quell’Amore misterioso che non mi fa temere di lasciare libera mia madre, dentro e fuori di me.

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