Dicembre 2003

Quando passo in moto nei piccoli paesi al di fuori delle rotte turistiche e commerciali, quelli nei quali per intenderci non passano neanche i camionisti, incrocio spesso gli sguardi della gente seduta fuori di casa.
Una seggiola di legno e un bastone sul quale appoggiare le mani, il cappello in testa e la bocca un po’ aperta per far entrare più aria nei polmoni stanchi.
La moto gira piano, il motore borbotta e risuona per i muri del paese, che amplificano ogni vibrazione e suono, che vengono assorbiti e diventano storia.
Attraverso il paese lentamente, il mio sguardo scorre da una parte all’altra della strada ed incontra quello del vecchio che mi stava aspettando, incuriosito. Gli occhi si incrociano, la mia mano sinistra si sposta dal manubrio e si apre in un gesto universale, mostrando il grosso palmo guantato. Il più delle volte lo stupore pietrifica il nonno, ma spesso la bocca si allarga in un sorriso così dolce che mostra una bocca distratta, senza denti ne dentiera. Quella bocca rugosa da tartaruga si sposta e anche gli occhi sorridono, gli occhi gialli e venosi ritornano quelli di un bambino aperto ad ogni novità.
L’incontro con il forestiero chiede sempre qualche istante per poter capire le intenzioni, se amichevoli o meno.
Quella mano aperta, alzata lentamente, rompe quella minaccia sentita come latente. Quando sei vecchio sei fragile, e sapere che quell’uomo vestito di nero è tuo amico è confortante.
Ti ricordi di quando eri giovane e spavaldo, di quando anche tu andavi in moto con il tuo 175, e il vento ti piegava la faccia, di come quando ti fermavi con i capelli pettinati dal vento, gli occhi lacrimanti, raccoglievi soddisfatto le sgridate della morosa, di come ti sentivi spericolato e di come ti piaceva che qualcuno si preoccupasse per te. Ti ricordi di quando la sera a tavola c’erano solo pane formaggio e mele, ed era festa quando c’era anche del vino a rallegrare la serata.

E poi, caro vecchietto, l’età dei figli e delle preoccupazioni, e di come adesso la preoccupazione sei tu, che fai fatica a camminare e a mangiare, fai fatica anche ad andare in bagno. Che adesso le mani incartapecorite ti tremano, adesso che sbucciare una mela è un’impresa.
Ti rivedi in quel giovane e forte ragazzo, e vorresti dirgli che eri come lui, alla stessa età.
Ma la cosa che ti pesa di più è un’altra.
Che tu sei come quel ragazzo che guida quella grossa moto. Hai lo stesso cuore, la stessa voglia di partire,
di viaggiare e di conoscere, vorresti di nuovo fare un giro.

Vorresti di nuovo fare un Giro.

Per capire dove portava quel Bivio, per capire perché certe cose sono finite.
Ora che ti aspetta un altro bivio, che ha la forma di una mannaia.
E ti chiedi perché hai ancora dentro questa voglia infinita: ti chiedi perché il tuo cuore ha una sete inestinguibile,
ma dalla tua gola l’acqua non riesce più a passare.
Ti chiedi perché ancora adesso non riesci ad essere sazio, e la tua paura è di finire le batteria prima di esserti saziato. Credevi che ormai, a quest’età, saresti stato contento.
Invece nei tuoi occhi questo giovane cavaliere vestito di nero vede un’invidia senza fine, uno sguardo che è insieme voglia di partire ed un augurio per un buon viaggio.

Schwarz!

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