sabato 10 set, 2011

Un giorno che arriva tutti gli anni, al quale non hai mai dato importanza e che adesso proprio fai fatica a sopportare, dato che segna l’avanzare inesorabile del tempo.
Compleanno: per qualcuno è anche una festa… non per me. Tanto vale che mi faccia un bel regalo, la tradizione lo prescrive. La sera a letto poco dopo mezzanotte, alle cinque e trenta la sveglia.
Esco ed è notte, non mi ero accorto di come si fossero accorciate le giornate. Diciannove gradi e la bruma che avvolge la Brianza, fino a Lecco.
Le sei e trenta, ed ecco il buon Dario con il suo GS1100 che ha più o meno i km della mia buona vecchia Caponord. Una breve sosta per una cappuccio a Colico e via per la Valtellina.
Il sole che sorge negli occhi ma senza dare fastidio illumina di traverso questa valle da me poco conosciuta e tendenzialmente evitata per il calore e il traffico. Arriviamo a Grosio che attraversiamo e che risaliamo in direzione di Eita.
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L’aria è fresca ma piacevole, la montagna illuminata da un sole chiarissimo e il cielo è senza nuvole: la giornata è azzeccata e in un attimo siamo all’inizio dello sterrato che porta al passo di Verva.
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C’è un crotto in restauro e chiediamo agli operai che ci confermano la percorribilità della strada: all’imbocco della stessa il cartello impone il divieto di accesso alle macchine non 4×4 e noi ci riteniamo sufficientemente capaci da poter salire.
Dario va avanti, in piedi e sale lentamente; sembra che stia guardando il panorama su una sdraio e un cocktail in mano… io sto faticando come un disperato.
Sassi grossi, pendenza elevata, la moto che vuole andare dappertutto e che mi racconta ognuno dei suoi duecentotrenta chilogrammi mentre la ruote spostano grosse pietre aguzze.
Piccola sosta appena finita la rampa, le mani sudate, il fiatone e gli avambracci doloranti. Tutta così? io volevo fare si lo sterrato, ma quello battuto e facile, da fare in piedi e che sgasi in seconda per intraversare la moto e fare capire a quelli dietro che ci sai fare.. questa è roba serie (per me).
Dario mi consiglia di far lavorare la prima, che la mia moto i cavalli li ha, e di non cercare di tenerla. Facile.. per lui. Vado avanti io stavolta; do più gas, e se sento la catena e la ruota dietro che sbattono me ne frego, do gas. La moto va su più veloce ma una maggiore velocità vuol dire guardare e analizzare il percorso per evitare i sassi più grossi e aguzzi, e arrivano ai miei occhi una quantità di dati impressionante mentre il manubrio mi trasmette il desiderio formidabile della caponord di andare dove vuole lei.
Qui però comando io e do gas. Quando ho paura, do gas. Quando vedo un tratto che non avrei fatto neanche sotto la minaccia di un concerto di Gigi d’Alessio, do gas. Laghetto da fiaba, mi fermo.
Ho il fiatone, mi tremano le mani, sudo ma penso che ce la posso fare. Il laghetto è incredibile nella sua acqua verde, ferma e trasparente, e corro a fotografarlo.
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Dario mi conforta, mi dice che la cosa più importante è rimanere in piedi. Cercherò di accontentarlo…
Risaliamo sulla sella, e diventa tutto peggio. Qui aumenta la pendenza, e mentre cerco di individuare la traiettoria giusta tra pietre grosse e brutte e macigni devastanti, sogno un manubrio più alto di dieci centimetri e avambracci di Popeye. Faccio una curva a sinistra in salita, non so dove mettere le ruote, la moto rallenta…. freno … e mi fermo.
Calma, il cuore martella, la moto è pesante, devo ripartire in salita e capire dove mettere le ruote di questo carroarmato. Calma, ce la puoi fare. Ora devi solo riaccendere la moto, mettere la prima, dare gas e rimetterti in piedi.
Riaccendo la capo, do la prima e grossi pietroni vengono scalciati dalla ruota posteriore mentre la moto riprende velocità. Sassi, sassi e ancora sassi da vedere, stimare, misurare. Evitare o calpestare.
Scende un Pajero prima serie, mi fermo per farla passare e prendo fiato, comincio a pensare di potercela fare, e che la mia moto è in grado di fare cose che io non credevo le fossero permesse.
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Ora la ripartenza è in salita, un ghiaione bastardo in una piccola conca, ma già ho capito che se lo attraverso e mi metto sulla terra battuta dall’altra parte, il tutto smanacciando di gas, potrò prendere abbastanza velocità per arrivare fino al passo. La manetta destra diventa mia amica, ho capito che girando il polso destro tutto diventa più facile e che in moto, come nella vita, devi buttarti dentro a cose che a mente fredda avresti giudicato irrazionali. Penso che ho fatto due figli e do di gas.
Eccoci al Passo di Verva. Cielo limpido, la Cima Piazzi sopra di noi e un silenzio impressionante. Dario arriva dopo di me con il suo passo invidiabile e gli scatto qualche foto… il mio mentore nel fuoristrada.
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Mi giro e vedo una montagna triangolare, due sagome grandi e maestose volteggiano: a quest’altezza non possono che essere aquile. Sono bellissime, altissime e vederle volare riempie il cuore.
Piccole macchie bianche al centro delle ali mi raccontano di due esemplari abbastanza giovani.
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Scendiamo verso Arnoga ma la strada e chiusa e non possiamo proseguire. Quindi torniamo indietro verso Grosio e da lì verso il Passo del Foscagno. Peccato, perchè scendendo da lì avremmo trovato uno sterrato più facile, con la moto che sarebbe scesa di freno motore in prima e seconda, e nonostante un fondo un poco bagnato la confidenza presa durante la salita avrebbe reso facilissimo la gestione della moto anche in quel modo.
La strada per il Foscagno non me la ricordavo così facile e veloce: l’esperienza fatta sullo sterrato mi rende più facile il controllo su strada e alla terza curva sto già grattando le pedane gustandomi ancora la generosa erogazione del Rotax.
A Trepalle facciamo il pieno a 1.084 al litro. No comment. Giunti indietro fino a Premadio saliamo poi per le Torri di Fraele. C’è una “scalinata” simile allo Spluga, ma i tornanti sono molto più larghi e con pochissima pendenza, cosa che se agevola macchinoni e pulman rende più difficile salire con la moto.
Le torri di Fraele sono originariamente posti di avvistamento e quindi la veduta sulla Valle è decisamente spettacolare.
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Foto a volontà e ripartenza per i laghi. Appena dopo le torri comincia uno sterrato battutissimo e compatto, adatto ad ogni mezzo; le buche però sono secche e conviene guidare in piedi per vederle da lontano. Percorriamo quindi così i laghi, dal colore dell’acqua pastello e intensissimo, contornati da montagne nude e spettacolari.
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Arriviamo ad un ristoro dove finalmente prendiamo fiato, mangiamo un misto di carni, fagioli e polenta e chiacchieriamo amabilmente per un’oretta.
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Ripartiamo per tornare a Bormio, e vista l’ora sfuma il passo di Dordona, e puntiamo verso il San Marco.
La statale si rivela come sempre trafficata e calda: tra la protezione completa e la giacca in gore tex i trentuno gradi si sopportano male ma è necessario. La salita verso il San Marco mi dona però refrigerio dato che la prima parte è in ombra e quando gli alberi finiscono il termometro segna già dieci gradi in meno. La salita mi regala grandi soddisfazioni: il motore non finisce mai, riprende in terza che è una meraviglia e le curve vanno via una dietro l’altra con un ritmo veloce ma sicuro.
Scavalliamo il passo e scendiamo rapidamente nella bergamasca. Le chiazze di letame non ci spaventano, e quindi ci ritroviamo a passare diversi smanettoni intimoriti dalle perdite di aderenza che ormai per me, consumato endurista, non sono più un problema.
Deviamo per le gole dell’Enna, e ci inerpichiamo verso il Culmine di San Pietro: mi ricordo questa strada bella perchè panoramica ma difficilmente gestibile per la nutrita batterie di curve strette e dalla scarsa visibilità che rendevano impegnativo il percorso.
Oggi non è così: mi divoro la strada, la moto risponde ai comandi come non mai e la sintonia è totale. Mi ritrovo addirittura a non aprire tutto il gas per non incocciare nel buon Dario che fino ad ora ha tenuto un ritmo invidiabile ma è meglio così, non farsi prendere da troppo entusiasmo da questo tracciato che potrebbe regalare imbecilli o mandrie di vacche dietro ad ogni svolta.
Al culmine ci fermiamo, entriamo in una stradina sterrata di quelle classiche dove finalmente posso derapare in seconda con lunghe intraversate e oramai mi sento pronto ai deserti andini.
Un ristoro in pietra, con una vista meravigliosa e ristrutturato in maniera egregia. Dario si fa un caffè e io una Coca. Sono mesi che non ne bevo una, ma sono accaldato e felice, e una coca fredda col limone è vero paradiso. Faccio i complimenti all’ostessa e felice come se fosse la mia festa di compleanno (che pirla.. lo è) inforchiamo le cavalcature e torniamo a casa.
A Giussano saluto l’ottimo Dario, conoscitore di strade, sterrati, moto, montagne… finalmente una persona a cui non devo raccontare di strade bellissime… lui le ha già fatte! E ne conosce di nuove, qui a casa mia.
E poi grazie che ho una moglie e due figli, che la mia moto è meravigliosa a e centoquarantottomilacinquecento km va infinitamente meglio di quando era nuova, e grazie che ho gli occhi per aver visto quello che ho visto oggi, che posso raccontarvelo, che tutto quello che poteva andare bene oggi è andato ancora meglio… non importa se domenica avrò male agli avambracci, ai trapezi e al collo.
Un compleanno così mi fa sentire con ancora più stridore il fatto che ho compiuto trentotto anni ma dentro me ne sento almeno venti di meno, ma ne ho venti di più per capire fino in fondo quanto sono fortunato, e quanto lo sono stato fino ad ora.
Schwarz!

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