3 Dicembre 2005

Una settimana infernale, questa. Un ordine entrato per la manutenzione di centinaia di filiali di una banca, fornitori da recuperare in tutto il centro Italia. E poi tutte le scadenze che già c’erano, l’aiuto ai colleghi, e il telefono che non la smette mai di suonare.

Arriva il venerdì pomeriggio, tutti se ne vanno presto, e io decido di rimanere qualche ora per finire il lavoro. Le sei, le sette, le otto, ecco che arrivano le nove di sera. Sono soddisfatto: non mi porterò a casa del lavoro questo week end, che mi godrò per intero.

Spengo il pc, arriva l’unico altro collega che mi guarda, poi alza lo sguardo dietro di me e pronuncia una frase fatidica: “sembra che attacchi…”

?? mi giro, guardo fuori dalla finestra e vedo il piazzale coperto di neve, mentre miliardi di fiocchi arrivano a dar man forte a quelli già arrivati.

Non sembra però così male: sicuramente non attacca, oggi è stata una giornata relativamente calda e fino a un paio d’ore prima pioveva.

Tiro fuori la Caponord dal magazzino, e arrivo nel parcheggio. Mi vesto, mentre la vedo che sbuffa bianca dagli scarichi.

Per terra un pastrugno di acqua e neve, niente di preoccupante.

Decido comunque di percorrere un pezzo della statale, piuttosto che fare il solito giro che taglia dalla campagna: meglio una strada più battuta, dove le macchine si rendono utili pulendo la strada.

Arrivo al semaforo di Cernusco Lombardone, la strada è discretamente pulita, il casco non si appanna più di tanto, la giacca e i guanti mi tengono caldo.

Mi aspetto un bel viaggio, un poco più lungo del solito ma sicuramente coinvolgente, con il faro che si fa strada in mezzo alla neve, che rischiara il nero degli alberi. Con poca immaginazione è facile ritornare nella foresta nera, o pensare di essere sulla strada per il raduno degli Elefanti.

Mi dirigo verso Montevecchia, e viaggio tranquillo, mi permetto anche un paio di sorpassi a motociclisti molto imbranati, anche se mi accorgo che sta attaccando questa maledetta neve.

Mi fermo ad un distributore per chiamare mia moglie e dirgli di non andare a Milano stasera, e nel frattempo noto una signora di mezza età con il suo bel pellicciotto finto tigre che gira e rigira le catene tra le mani, non avendo la minima idea di come si montino. Mi viene da sorridere: se solo immaginasse cosa vuol dire tenere in equilibrio 250 chili di moto sulla neve, le metterebbe via per rispetto.

Riparto poco dopo, e da Montevecchia scendo verso Casatenovo.

La strada è sporca, tengo soffocata la terza a 2500 giri con la Caponord che borbotta, poi comincia la salita da Missaglia a Monticello Brianza.

Mi sento tranquillo, la moto ha grip, che meraviglia questa maxi enduro con le Tourance nuove di pacca, ma sì, diamo un po’ di gas in seconda… vraaam!! l’amichevole maxi enduro diventa un incrociatore, la Tourance nuove sono ruote di metallo che scivolano sul sapone.

Altro che aderenza… qui la neve ha coperto i tasselli, sto viaggiando sulle uova.

Mi irrigidisco, la moto comincia ad ondeggiare, si innesca l’effetto pendolino, e allora mi sveglio.

Altro che romantica avventura, qui è come sullo Julier.

Solo che non si tratta dei sette chilometri da Silvaplana al Passo, di cui i primi quattro puliti.

Sono a più di venti chilometri da casa, con il traffico troppo scarso per pulire la strada, abbastanza denso per essere pericoloso.

Dondolando, cerco di arrivare sulla striscia più pulita dove battono le macchina, un ramo che sporge da questo torrente che porta alla cascata. Ci arrivo, metto la moto dritta e rilasso le spalle, contro tutti gli istinti.

Adler ritorna dritta, do gas aiutandomi con la frizione, e risalgo con le chiappe strette il doppio.

Eccomi alla rotonda di Monticello, e la salita verso Besana.

Adesso sono in seconda, il casco si è appannato completamente, la neve attacca sulla strada e ho un freddo maledetto alle gambe. La neve si scioglie sui copri pantaloni, e il grado centigrado che brilla sul cruscotto come un piantone magro mi tiene bello fresco.

Il sangue scorre più freddo nelle vene, mi sforzo di continuo di evitare manovre brusche, di tenere la moto dritta e il gas fermo. Dove gli alberi si protendono sulla strada, l’asfalto è solo bagnato e mi ci dirigo per pulire le gomme, ma sono pochi metri.

Ho bisogno di una speranza in questa notte siberiana: che la strada alberata tra il semaforo di Besana e Carate sia coperta dagli alberi.

Scendo al semaforo, ed entro in quel bel pezzo di strada che di solito mi godo a 80 orari, ogni tanto lo affronto spavaldo a cento orari mentre il motore frulla allegro… e qui sono a trenta all’ora, tutto sulla destra, a cercare quella striscia più bagnata e più scura che mi fa intravedere l’asfalto.

Chilometri e chilometri percorsi ad una velocità poco superiore a quella di una bici da passeggio, mentre la neve si accumula sulla giacca, copre il plexiglas e oscura il casco.

Ormai da diversi chilometri sto viaggiando con la visiera aperta: la neve è padrona anche del sotto casco, la visiera è bianca di nebbia e non riesco a pulirla se non per pochi secondi.

Dopo il passaggio a livello la strada scende verso il Lambro, e quelle due curve a destra con due curve a sinistra sono un incubo da fare lentamente.

La mia speranza è fatta di metri, di mezzi chilometri da affrontare uno dopo l’altro.

Arrivo sulla statale di Carate, per entrare una bella rampa. La neve, nonostante le macchine che si fermano per dare precedenza, è molto densa. Arrivo allo stop, e la posteriore slitta.

Maledizione… allungo le gambe e, facendo strisciare i tacchi degli anfibi per terra, sento il mio 150/70 che prende e slitta, attraversa la statale viscida mentre gli occhiali diventano grigi e il mio naso sbuffa come una ciminiera. Seguo le luci della macchina davanti a me, fino a quando prendo velocità, gli occhiali diventano trasparenti e comincio a vedere nuovamente.

Nonostante il traffico maggiore sono comunque le dieci meno un quarto, e la neve si attacca per terra.

Con la solita prudenza arrivo in super strada, ma non vedo niente: non riesco a capire se c’è neve o non c’è, se l’asfalto è bagnato o è sporco. Comunque la strada e dritta, e mi concedo una quarta marcia a sessanta orari, la schiena che si curva un attimo e il sangue che torna nelle dita.

Ancora dieci chilometri e sono a casa.

L’uscita per Desio nord è sporca, le macchine hanno tagliato le traiettorie viaggiando sulla corsia di emergenza, seguo le loro orme e mi infilo sulla strada.

Qui il traffico la sera è notevole, e il pezzo di asfalto reso pulito dal passaggio delle macchine è più ampio. Comincio a pensare che tornerò a casa senza cadere.

Passo davanti all’ospedale, e di nuovo il rettilineo verso la Milano Meda. Ora la mia paura sono gli automobilisti che si sentono bravi, e mi passano con le loro Smart facendomi il pelo mentre io viaggio a cinquanta orari. L’augurio che mi nasce dal cuore è troppo per poterlo scrivere, ma io penso alla mia salvezza da ormai un’ora.

Giungo ai capannoni a Cesano Maderno, e mi faccio due foto con il telefono, penose e sfocate.

Ed ecco casa mia. Arrivo sul cancello, formulo una breve preghiera di ringraziamento ed infilo Adler nel box.

La guardo, piena di neve e fumigante di vapore. Mi tolgo i guanti, e accarezzo con la mano intorpidita la sella.

Ce l’abbiamo fatta, io e te. Piccola.

Questa strada, quella da pendolare, che è sempre uguale tutti i giorni, oggi è diventata un’avventura.

Che non mi sono cercato, ma una sorpresa da affrontare. Con paura e timore, con reverenza e rispetto.

E ora, a casa, comincio rendere ricordo quello che mi è successo, mentre le sensazioni negative si stemperano e rimane il ricordo della luce dei fari che spazzano la notte oscura e bianca di neve insieme, con quel salto di spazio e di tempo che solo la neve, la moto e la paura insieme ti portano.

Un lampeggio!

Schwarz.

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