agosto 2010

L’aspettativa fa parte di un viaggio, ne è ingrediente imprenscindibile ed è il motore principale che invita all’intrapresa dello stesso.
Tornare in Valle Stura dall’amico Aldo dopo un mese con la promessa di un giro nel Verdon il sabato, e di una camminata la domenica è stato sicuramente innescato dall’ipotesi di trovare delle bellezze paesaggistiche notevoli.
Parto quindi dall’ufficio alle 16.00 e percorro l’autostrada fino ad Asti, con una temperatura che non supererà mai i 32 gradi. Il caldo però arriva per la maggior parte dal sole che picchia sulla tuta in pelle, ma è sopportabile.
Da Asti fino a Cuneo, e poi a Gaiola dove abita Aldo, è un attimo. Arrivo poco dopo le 19.20 con un paio di soste di un quarto d’ora, nemmeno poi stanco.
Cena piacevolissima all’aperto, ma la temperatura prima richiede il pile e poi impone il liquore d’ordinanza (San Simone, c’è bisogno di dirlo?) in casa.
Sveglia alle 7.20 e partenza alle 8.00, la giornata è veramente splendida e la luce limpida e croccante del mattino è un invito a salire in sella.
Con noi c’è la simpaticissima Teresa, che è la seconda volta che viene in moto e smania dalla voglia di fare questo giro ahimè come passeggera, ma chissà se in un futuro…
Ci muoviamo in direzione del colle della Maddalena, ma su una strada militare, la Destra Stura. Costruita prima della seconda guerra mondiale come “bypass” alla possibile interruzione della statale, costeggia il fianco montagnoso della valle passando di fianco alle casematte e ai bunker che si ritrovano disseminati per tutta la valle.
La strada è fantastica, bucolica e montana allo stesso tempo. L’aria è a 17 gradi, la luce tesa illumina alla perfezione i campi di frumento cosparsi di rotonde balle di fieno, prati digradanti dalla strada, immensi noceti, la vista del torrente.

Un percorso che invita a godersi a 70 orari il suono del motore che vibra sornione, la visiera aperta che fa arrivare il ruvido profumo del fieno mischiato alla frigida aria mattutina mentre le frazioncine che attraversiamo sono come percosse dall’abbagliante luce del mattino.
Tutto grida novità, rinascita, speranza e ricchezza. Detesto la mia incapacità di descrivere la bellezza di questo percorso, forse crescendo imparerò a esprimere meglio le emozioni che mi travolgono.
Immagino con goduria l’aspetto dei boschi in autunno, ripromettendomi una spedizione.
Finiamo la strada, che da sola valeva il viaggio, e ci arrampichiamo per la Lombarda. Anche qui la luce traversa illumina le spaccature, esalta il verde delle montagne e intirizzisce le mani.
Brevissima sosta e ripartenza per Isola da cui ci dirigiamo verso sud per poi imboccare la D30 che porta a Guillame attraverso la Vallée de la Tinée. Il percorso è molto lento, qualche volta si mette la quarta ma principalmente è seconda e terza marcia. La valle è stretta, tipicamente di aspetto marittimo, con paesini arroccati come nelle alpi liguri. Roubion ti fa innamorare… al primo sguardo.
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La seconda parte della valle è aperta, grande e tipicamente alpina, un cambiamento repentino che non dispiace.
Scendiamo a Guillame e ci dirigiamo verso Castellane. La strada è molto piacevole e scorre senza far stancare: c’è il tratto che costeggia il laghetto, quello che passa in mezzo a 17 (!) gallerie, e alla fine quello che fiancheggia il Lac de Castillon.
E’ un lago artificiale, ma il colore dell’acqua, il biancore delle rive e il verde degli alberi che lo costeggiano lo rendono veramente bellissimo.

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Il desiderio di tuffarsi è veramente impellente, ma quando cominci a guidare sulla strada che lo accarezza ti passa la voglia, e cominci a dare badilate di gas.
Non importa se la gomma è quasi alla fine, l’asfalto francese è ruvido e garantisce un grip incredibile. Unito al raggio delle curve, da terza piena, alla visibilità e alla luce del sole che illumina alla perfezione il tracciato.. rimani senza parole.
Una delle strade più… perfette che abbia mai goduto. Arriviamo a Castellane, e la strada passa dal centro del paese. Prima marcia, visiera aperta e passeggio in moto in mezzo a una città brulicante di gente seduta nei tavolini dei cafè, ristorantini caratteristici, case coloratissime e una frizzantezza invidiabile.
Innamoramento al primo sguardo delle bellezze locali che costano una frenata brusca, poi parcheggiamo e facciamo due passi a piedi nel mercato per acquistare pane formaggio e salumi.
Improbabili bresaole, prosciutti di Parma e Parmesan fanno mostra di sé nella stessa bancarella, per cui è obbligatorio comprare un prosciutto crudo di cinghiale che si rivelerà buonissimo.
Salamino alle erbe, formaggio di capra e una formaggella fresca, due baguette e due lattine e voilà, il pranzo è servito su una panchina.
Due brioscine alle mele chiudono il fiero pasto, e ritorniamo in sella per il Verdon.
La prima parte della strada scorre su un altipiano molto mediterraneo, pini marittimi molto bassi che crescono su un terreno giallo e abbastanza sabbioso, la solita fantastica strada dal solito grip allucinante e l’aria calda, a 32 gradi.
Poi, ecco la sotto, un buco. Una forra, un antro, una spaccatura, un orrenda fenditura.
Parcheggio la moto, e mi metto vicino al basso, drammaticamente corto parapetto.
Eccolo: il fiato sparisce mentre la vista arriva circa un chilometro più in basso dove due pareti verticali cedono il passo al torrente, costretto dalla roccia.
Un altopiano diviso come da una scossa si apre e lascia entrare la luce a fatica sul verde corso del fiume che guarda caso si chiama Verdon.
Le foto non riescono a dare l’impressione reale di stacco e di profondità, solo una visione a tre dimensioni potrebbe avvicinarsi a quello che si può provare di fronte al canyon.
Le budella si torcono, ma forse è l’aria presa ieri sera… qualche fitta al basso ventre mi fa sudare freddo e dobbiamo fermarci venti minuti prima che il tutto si plachi.
Riprendiamo le moto e scendiamo verso un ponte che guada l’abisso. Faccio una foto ma non rende minimamente l’idea di altezza che si prova.
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Risaliamo dall’altro versante e troviamo una piccola nicchia che precede una galleria dalla quale riesco a fare due scatti decenti e dove si vede la grandezza del canyon, così come un altro punto panoramico.

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Altri scorci piacevoli sul territorio sono quelli che hanno come sfondo il Lac de St. Croix.
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Risaliamo da un altro versante del torrente passando da Mayreste e da La Palud.
32 gradi, un sole potentissimo e la velocità moderata ci fanno odiare cordialmente i bagnanti immersi nella (sicuramente) freschissima acqua verde smeraldo. Mi basterebbe metterci i piedi, anche l’inconfessato desiderio è quello di buttarmi direttamente con la moto e provare il contrasto tra il sole bollente e l’acqua ghiacciata.
Desisto dai miei propositi e arriviamo sulla strada che riporta a Castellane. Qui ci fermiamo ancora per fare benzina (in Francia è veramente cara, il più economico è a 1.35/Lt.) e per comprare dell’acqua in un supermercato.
Dopo quasi un litro d’acqua e un quarto d’ora all’ombra mi sento meglio, anche se alcune visioni mi caricano di adrenalina.
Poco male, la strada riparte costeggiando il Lac de Castillon, e qui le mie povere pedane pagano un prezzo salato.
Dopo il lago ci dirigiamo verso il Col d’Allos, salita piacevole resa più gustosa dall’attraversamento di Colmars, graziosissimo borgo medievale strapieno di persone alcune delle quali con costumi d’epoca. Ammiriamo i figuranti (e i pezzi di figuranta) che impreziosiscono il panorama e via verso il colle.
Temperatura piacevole, grandi panorami e asfalto pessimo ci accompagnano fino a Barcellonette, da dove puntiamo verso il Colle della Maddalena.
La salita anche in questo caso, è spaziale. Sono le 19 passate, la luce ritorna obliqua e colora tutto di giallo mentre l’asfalto assassina le mie gomme.
Ruvide, porose, talmente calde da scottare le mani e io le maltratto senza pietà dando tutto il gas possibile. Gomme e pedane, sacrificate sull’altare per darmi il gusto della Piega.
Teresa da passeggera non si lamenta neanche quando con le sue scarpe tocca l’asfalto nelle curve dove la pedana si piega veramente tanto.
La Caponord si diverte e mi fa capire che nonostante l’età gli piace ancora la montagna. Già, perché tra una pedanata e l’altra, salendo verso la Maddalena e verso la fine di una giornata Perfetta, lei compie 140.000 km.
Scolliniamo tornando in Italia, passando dal bellissimo laghetto dove due romantici pirla vanno con il pedalò. Scendiamo dai notevoli tornanti che ornano la parte finale del passo dal versante italiano e corriamo veloci verso casa dove Stefania, la compagna di Aldo, ci ha fatto trovare una torta salata con ricotta di pecora (dolcissima…) e zucchine.
Barchette di zucchine ripiene, insalata russa fatta in casa, carne alla tartare con scalogno (by Aldo), tajarin (serve dirlo? Fatti in casa) con Abbbbondanza di funghi freschi.
Sopra tutto, un Signor Nebbiolo che schiaffeggia tanti Barolo.
Crostata (devo ripeterlo?), amaro San Simone e musica fantastica.
Rimango zitto, una serata come questa rischia di far traboccare il già colmo contenitore della mia felicità.
Io non so che cosa ho fatto nella vita per avere queste soddisfazioni, per godere così tanto delle cose. Sono proprio contento, Libero, Sazio.
Domani ricomincerò a cercare di nuovo nel Campo delle Soddisfazioni, dove l’asticella sarà spostata ad un livello davvero alto. Per stasera… non riesco a volere niente di più.
Abbraccio Aldo, Stefania e Teresa, e questo mio abbraccio sarà per sempre.
Per gli altri.. non posso fare a meno di consigliare il Cuneese come località ideale per il mototurismo, a qualsiasi andatura e per qualsiasi interesse.
Io ci tornerò parecchie altre volte..

Schwarz!

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